Il segreto del Grand Hotel di Giacomo Bramielli

Dall’esercizio di Scrittura e creatività “B&B e Hotel della meraviglia e del raccapriccio”

Gruppo di Scrittura creativa, ottobre 2017 (esercizio creato da Imma Acquaviva)

Autore del racconto: Giacomo Bramielli

 

A duecento metri dalla stazione ferroviaria di Civitavecchia c’è il Grand Hotel De La Ville, magnifica costruzione ottocentesca. Sia l’esterno che gli interni sono stati ristrutturati tre anni fa: la facciata esterna ripropone, per quanto possibile, i materiali originali e per le camere con stucchi d’epoca e quadri antichi, c’è l’innovazione di TV satellitare, connessione wireless e minibar. Terrazze e balconi in ferro battuto si affacciano dalle camere che guardano all’esterno sui tre piani a incrinare quello stile neoclassico che anela alla perfezione senza raggiungerla.

Sono arrivato nel tardo pomeriggio, ospite della società C.S.A., dove domani farò la verifica annuale del sistema di qualità aziendale in conformità alla norma dell’Organizzazione. Avendo verificato la qualità di questa società già da alcuni anni, non ho dubbi sull’esito positivo del mio controllo ispettivo anche questa volta.

Eccomi all’ingresso dell’hotel, spingo i grandi maniglioni dorati dell’ampia porta girevole e mi ritrovo di fronte all’addetto al ricevimento, in perfetta tenuta nera con bordature cremisi. Mi accoglie con parole prive di inflessioni dialettali, un ottimo accento neutro:

– Buonasera signore, bene arrivato, posso esserle di aiuto?

– Buonasera a lei, – dico io, – sono Giorgio Lampis, dovreste avere una prenotazione a mio nome da parte di C.S.A.

Il receptionist digita velocemente alcuni tasti al computer.

– Sì signore, il suo nome è confermato, un pernottamento per oggi con check-out domattina, mi occorre un suo documento e le do subito la chiave della camera al primo piano.

Consegno la carta d’identità e ritiro la chiave elettronica. Raggiungo la camera 23 e avvicino la scheda alla maniglia della porta: un lieve brusio elettronico e lo scatto della serratura, sono in camera.

Ho già tutto pianificato: doccia calda e abbondante, niente cena (quattrocento chilometri di guida annullano altri desideri), pigiama, letto, impostazione sveglia del cellulare alle sei e trenta, film in televisione con progressivo abbandono tra le braccia di Morfeo.

Nella splendida camera che il cliente mi ha fatto assegnare c’è un comodo letto matrimoniale antico, in ferro battuto, che rivela al tatto il prezioso trattamento superficiale ricevuto; il grande dipinto posto sopra l’arzigogolata testata mostra ghirlande floreali blu, grigie e argentee, che scendono per gravità verso il basso. Ai lati del letto due imponenti poltrone color prugna in velluto Montpensier affiancano il prezioso baldacchino, con drappi di fine tessuto. Sono stanco, di tanto in tanto chiudo gli occhi, un po’ guardo la TV senza vedere le immagini, un po’ ascolto parole che sempre più perdono di significato.

E’ ormai trascorsa la mezzanotte e il lieve rumore che già da qualche tempo percepisco sta gradualmente crescendo d’intensità. Non è continuo, sembra “intelligente”, pare manifestarsi autonomamente a intervalli irregolari. Ho sonno, voglio riposare, domani sarà duro lavorare e interloquire col responsabile della qualità e con la direzione aziendale. Poi quattrocento chilometri per tornare a casa.

Non subito riesco a capire perché, proprio ora, affiorino alla mente ricordi di vent’anni fa, quando Nicola, il mio bambino, già a letto e pronto per affrontare la notte, mi chiamava dicendo: – Dai Giorgio, – mi ha sempre chiamato per nome – raccontami un’altra delle tue storie!

E io mi sedevo a bordo del suo letto, lì per lì per abbozzare e sviluppare una storia nuova. I personaggi secondari del Presepe mi erano di ispirazione ed io cercavo di divertire e stupire mio figlio con storie strane che gli abiti, il portamento e i volti di alcune statuine ispiravano. Nel presepe, ricordo, avevamo individuato l’Uomino, l’ometto dallo sguardo truce e tenebroso che arrancava verso il minuscolo specchio d’acqua con un grande sacco sulle spalle e tre pecore al seguito. E poi c’era Legnaman, dal fisico possente, vestito come un tartaro, larghi pantaloni gialli alla zuava, due mani d’acciaio a reggere una pesante ascia affilata, occhi spiritati su una testa glabra e un nerissimo paio di baffoni.

Fra tutti i vari personaggi, però, estraneo al presepe, Nicola aveva eletto il Friccolo come il più inquietante, quello mai visto e proprio per questo immaginato e descritto in tanti modi. Ancora oggi, di tanto in tanto, ricordando il passato ci capita di pensare al Friccolo, la creatura che vive nei muri di casa.

Allora cos’è questo rumore che avverto? Sono stanchissimo ma riesco ad alzarmi, scendo dal letto e con passo leggero mi avvicino alla parete dove poggia la testata del letto; avvicino l’orecchio e avverto, amplificato, l’ignoto rumore; pare una cosa strisciante, o in parte strisciante, magari un topo che zampetta e agita inquieto la piccola coda nel muro.

I misteriosi rumori provengono dal grande dipinto delle ghirlande floreali blu e argentee. Provo lentamente a sollevare l’angolo destro in basso della grande tela, dovrei riuscire a smontarla, riesco a intravvedere gli elementi di fissaggio che la sostengono ma non so cosa potrà succedere forzandoli… Crac! Rumore di vetro che si frantuma in mille pezzi, scaglie di legno e bordature di allumino; spero riuscirò poi a trovare una motivazione plausibile del disastro provocato, ma ora… ora devo sapere.

Con frenesia irrefrenabile afferro le staffe di fissaggio che sorreggono il quadro scuotendole e torcendole. Ecco, ancora un po’, sono ormai smurate, un ultimo sforzo e il distacco improvviso mi sbalza all’indietro con i due supporti metallici tra le mani.

Ora il misterioso rumore aumenta, mi avvicino ancora e allargo il buco aiutandomi con una staffa. La luce penetra nel pertugio, riesco a vedere cosa … Oh, mioddio, è assurdo! Per un attimo il piccolo essere ed io ci guardiamo negli occhi: li ha piccoli e stretti, cattivi; anche le sanguigne labbra sottili sul muso appuntito sembrano tradire la malvagia fisiognomica del piccolo essere peloso, un ibrido fra scimmia e gatto, unghie lunghe e affilate, denti aguzzi e sporgenti, uno strano copricapo rosso come unico indumento… è un attimo, non c’è più, scomparso! Sono sveglio o sto forse sognando? Vagamente mi rammenta la descrizione di un antichissimo essere, un personaggio archetipico tuttora presente nella mitologia rurale romagnola, il Mazapégul.

Ma questa è un’altra storia.

 

 

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