Bosco profondo

di Giorgio Lopez

“Per nessuna ragione al mondo, dovrai mai avvicinarti al bosco di Vallombrosa”.
Quest’esortazione è uno dei ricordi più nitidi che ho di mio nonno. Era un uomo alto e di costituzione straordinariamente robusta, e ai miei occhi appariva come un gigante barbuto e scontroso. Persino tra la gente di montagna, schietta e diretta, era considerato un testone che viveva per la propria famiglia. Ogni volta che lo accompagnavo al mercato per vendere
la legna, tutti lo riconoscevano e lo salutavano con rispetto. A detta di molti non aveva paura di nulla, e voleva che nemmeno i suoi nipoti ne avessero.

Si era trovato spesso faccia a faccia con lupi, orsi e vari pericoli che si possono trovare nelle regioni selvagge delle vecchie montagne, ma se l’era sempre cavata. Io e mio fratello abbiamo imparato da lui come guadare un fiume, seguire le tracce, sparare con il fucile, cucire una ferita e orientarsi
anche a miglia da casa. Ma nonostante ciò neppure lui, che io ricordi, si è mai avventurato nelle profondità del bosco.


Il bosco di Vallombrosa si trova sul fianco nordest e durante l’inverno sono poche le ore in cui il sole vi batte. Da qui il nome valle-ombrosa. Forse proprio questa caratteristica ha contribuito ad attirare miti e leggende misteriose che si tramandano da bocca a orecchio, dagli eremi più alti alle vallate brulle di tutta la regione. C’è chi sostiene che in mezzo alla
fitta boscaglia ci siano strani animali, estinti in ogni altra parte del mondo. Qualcun altro dice che il bosco sia abitato da spiriti mostruosi e raccapriccianti, che si nutrono degli esseri umani che osano violare il loro territorio. Altri ancora che la foresta stessa sia un’unica, gigantesca entità dormiente che divori chiunque infastidisca il suo sonno. Ma al di là delle speculazioni e delle voci vi è un’unica verità: chiunque entri nel bosco non torna indietro. Sin da bambino ho visto la stessa scena ripetersi decine di volte: un viandante, uno straniero o un mercante arrivano alle pendici della montagna e, con un gesto di noncuranza agli appelli dei locali, si avvia verso il bosco. Nei giorni seguenti, qualcuno ritrova sui rami di un albero o su una roccia i suoi indumenti. Un mistero più che sufficiente a nutrire il mito della foresta omicida.

La casa in cui sono nato e cresciuto appartiene alla mia famiglia da generazioni. Si trova sul versante sudorientale della montagna, a un paio di miglia dal paese. C’è un unico sentiero sicuro per arrivare dalla città alla cima della montagna e passa proprio dalla nostra tabià.
Per questo i maschi della mia famiglia, mio nonno in particolare, hanno spesso intercettato gli sprovveduti che si inoltravano fino a quel punto del bosco. Ora che ho raggiunto la maggiore età mi rendo conto che abbiamo sempre avuto questo ruolo. Da quando la vecchia casa fu eretta, gli uomini vigilano sull’ingresso alla foresta, proteggendo gli incauti.
Alla morte di mio nonno, mio padre ha preso il suo posto come capofamiglia, impegnandosi a colmare l’enorme vuoto dato dalla scomparsa del suocero. Al funerale c’eravamo solo io, mio fratello, mia madre e mio padre. C’è da dire che il rito funebre della nostra famiglia è diverso da qualsiasi altro e in pochi ne sono a conoscenza. La tradizione
vuole che si spogli il defunto dai suoi abiti terreni, e che lo si vesta con una semplice palandrana di lana, una corda legata in vita, e che lo si trasporti su una barella di legno fino all’arco di pietre ciclopiche che si erge come ingresso di Vallombrosa. Lì lo si adagia a ridosso del portale, per poi tornarci solo tre giorni dopo. Al terzo giorno di lutto si trova la barella vuota con il vestito di lana a cui manca la cintola di corda. Per il funerale di mio nonno non è stato diverso. Nessuno si è stupito di trovare solo il vestito di lana che, così steso sulla barella, era tanto grande da sembrare una coperta.

Ero un bambino molto curioso. Per tanto tempo sono stato convinto che oltre il visibile ci sia un universo intero di cose da scoprire e da conoscere. Da ragazzo mi lasciavo sedurre a tal punto dal brivido di svelare l’ignoto, che finivo per cacciarmi in qualche guaio. Per questa ragione mio nonno mi aveva regalato il suo ciondolo, che consisteva in niente di più di una pietra legata con lo spago a cui erano stati aggiunti peli di lupo. Questo, secondo lui, aveva lo scopo di proteggermi dai pericoli in cui la mia sconsideratezza mi avrebbe potuto portare. Donandomelo mi aveva fatto promettere di non cercare di scoprire fino a che punto il talismano avrebbe potuto salvarmi le chiappe. Ovviamente si riferiva al bosco proibito, che era per me la portata principale, poiché ai suoi misteri si univa un certo gusto ribelle che mi faceva pizzicare la punta della lingua. Per quanto avessi tentato di nascondere il fascino che quel luogo mi suscitava, era difficile farla in barba al vecchio. Non sono mai riuscito ad arrivare oltre l’ingresso di Vallombrosa perché venivo sempre fermato prima. Questi vezzi da esploratore mi sono costati innumerevoli rimproveri dalla mia famiglia. Mio padre coglieva ogni occasione per rimarcare la mia mancanza di
praticità e la mia testa fra le nuvole, dicendo che stavo solo perdendo un mucchio di tempo. Anche mio fratello amava ricordarmi quanto la mia spericolata curiosità avrebbe un giorno o l’altro finito per ammazzarmi. Non prestavo particolare attenzione a ciò che mi dicevano, ma per quieto vivere facevo buon viso a cattivo gioco.


Gli anni passavano e senza che me ne accorgessi sono diventato un uomo. In un attimo mi sono ritrovato a farmi la barba tutti i giorni e ad essere uno degli animali da soma della famiglia. Ho vissuto molte avventure e la mia innata fame di sapere pare essersi placata. Di quando in quando mi attardo in paese per farmi raccontare degli ultimi ritrovati tecnologici provenienti da oltre le montagne. Se le vendite vanno bene, mi concedo il lusso di una
rivista di elettronica o di un paio di pezzi per i miei circuiti a dinamo. Nel complesso mi ritengo una persona soddisfatta dalla vita. Almeno finché, in una tiepida serata di fine primavera, un evento straordinario cambiò irrimediabilmente il modo in cui vedevo il mondo.


Il sole cominciava a elargire qualche ora di luce in più, l’aria s’era fatta tiepida e si respirava un clima decisamente mite, come se la natura stesse sgranchendosi dopo il lungo inverno.
Ero rimasto in paese per discutere con un fornitore a proposito del ritardo sulla bobina di rame che aspettavo da mesi. Il tutto si era concluso con l’invito a fare quattro chiacchiere davanti a un boccale di birra. Quando guardai l’orologio mi accorsi di aver perso di vista l’orario e che non sarei riuscito ad arrivare a casa in tempo per la cena. Così mi congedai e corsi a raggiungere il sentiero che saliva verso il bosco.
Facendo un rapido calcolo, capii che non ce l’avrei fatta seguendo la strada principale. Così decisi di passare da una scorciatoia particolarmente ripida che pochi conoscevamo e ancora meno avevano voglia di praticare. La fatica sarebbe stata triplicata ma sarei arrivato in orario. Lasciato il sentiero principale, mi inerpicai su quello che era il vecchio letto di un
ruscello, ormai prosciugato. Stava diventando sempre più buio, così accesi la torica elettrica che avevo con me e la misi tra i denti per lasciare libere le mani. Mentre scalavo massi grandi come camioncini, evitavo di inciampare nelle radici sporgenti degli alberi, usando come appiglio l’erba e il terreno che avevo intorno all’altezza del viso. Fu forse la mancanza d’attenzione o la troppa fiducia nelle mie abilità di scalatore a non farmi accorgere
dell’arbusto. Il malefico ramoscello era piegato su se stesso da un ramo caduto da poco, a cui mi ero aggrappato pensando fosse un appiglio saldo.

Non era la mia serata: venuto meno il ramo, il piccolo arbusto tornò con violenza alla sua posizione originaria, frustandomi con tanta forza il viso che la torcia mi cadde di bocca, mandando bagliori intermittenti a ogni rimbalzo. Maledicendo la mia cattiva stella che mi aveva fatto temere
più per una zuppa fredda che per la mia stessa incolumità continuai ad avanzare, stavolta al buio.
Avevo appena lasciato il letto secco del fiume quando, arrivato a pochi metri dal piccolo spiazzo davanti casa, inciampai rovinosamente. Il terreno pericolosamente ripido, l’oscurità e le foglie marce rendevano impossibile arrestare la caduta. Dopo interminabili secondi riuscii ad aggrapparmi al tronco di un albero e mi tirai a sedere. Controllandomi rapidamente il corpo, ringraziavo di essere illeso a parte alcuni tagli superficiali. Ignoravo
dove fossi esattamente, ma facendo due calcoli dovevo essere scivolato verso il versante est della montagna. Con un po’ di fortuna, risalendo dalla parte destra rispetto a dove ero caduto, in linea d’aria avrei dovuto ricongiungermi con il sentiero principale che portava dal paese fino a Vallombrosa, passando per casa mia.


Il buio era quasi totale, rischiarato solo dalle sporadiche apparizioni della luna oltre il piumone di nuvole. Avevo abbandonato la speranza di arrivare in tempo, ma desideravo comunque riuscire a tornare tutto intero e il prima possibile. Se ci fosse stato il nonno mi avrebbe dato un colpetto alla nuca dandomi dello sconsiderato.
Avevo appena superato un muro di rovi, imprecando ad ogni spina, quando qualcosa in lontananza attirò la mia attenzione. All’inizio credetti fosse un’allucinazione, oppure la luce della luna che si specchiava in una lontana, piccola polla d’acqua. Appena lo strano bagliore bianco-azzurro si mostrò ancora, capii che non era il riflesso della luna e che ci vedevo benissimo. Nonostante sembrasse lontanissimo mi accorsi che ci separavano solo
poche fila di alberi. Era vicino, semplicemente molto piccolo. Doveva essere grande come un palmo, di forma circolare, e si muoveva ondeggiando tra gli alberi. Se non fosse stato per il colore, che ricordava quello di una fiamma ossidrica, avrei giurato si trattasse di un torcia. Decisi di nascondermi e di avvicinarmi con cautela per capire di cosa si trattasse. Mi
appiattii al sottobosco e regolai il respiro. In un attimo la memoria muscolare guidò i miei movimenti, mettendo in pratica gli insegnamenti che avevo ricevuto da bambino. Volevo a tutti i costi scoprire di cosa si trattasse.
Continuai a seguire il bagliore da una decina di metri di distanza spostandomi il più lentamente possibile. Osservandolo notai che la luce che emanava era anormale. Ogni oggetto che incontrava era privo di ombre, come se la fiamma stessa fosse finta. Una luce inesistente oppure un fuoco fantasma, ecco cosa stavo seguendo. Rabbrividii a questo pensiero. Intuii di starmi per cacciare in chissà quale guaio, e pensai che forse mi conveniva
girare i tacchi e tornarmene a casa il prima possibile. Potevo dirmi che era stato tutto un sogno dovuto alla caduta. Quello scrupolo durò meno di un secondo, poi proseguii nel mio lento e sovrannaturale inseguimento.

Concentrato com’ero nel seguire la luce non mi accorsi di stare deviando dal percorso iniziale. Quando me ne resi conto era troppo tardi: davanti a me si stagliava l’imponente portale che come un’enorme orbita vuota giudicava silenzioso chiunque intendesse affacciarsi a Vallombrosa. Trasalii mentre la luce priva di bagliore ci passava attraverso, allontanandosi nel folto. Da quando era morto mio nonno non avevo mai rivisto quelle pietre. Mi tirai su, usando un grosso tronco bruciato da un fulmine come nascondiglio. Feci un paio di respiri profondi poi mi decisi a uscire allo scoperto e ad avanzare. Mi ero infilato le mani nelle tasche lacere, per cercare di arrestare il tremore, con poco successo. Mi guardai intorno con
circospezione ma tutto sembrava immerso in un oscuro silenzio. Arrivato ad un metro dall’ingresso proibito mi fermai a contemplare i megaliti di cui era composto. Secoli di muschio e piante non avevano avuto ragione dei profondi glifi scolpiti, il cui significato era ormai perduto. Una violenta folata di vento sembrò volermi spingere oltre l’antico arco, istintivamente vi guardai attraverso scoprendo di non essere solo.

Il buio oltre il portale adesso era abitato. Davanti a me si erano materializzate una miriade di luci, molto più grandi di quella che avevo seguito fin lì, e di un cupo rosso scarlatto. Ogni cellula del mio corpo mi urlò di darmela a gambe da quel posto maledetto e per una volta decisi di dargli
ascolto. Mi voltai, scattando nella direzione opposta all’ingresso del bosco, dando le spalle alle inquietanti luci e a tutte le pessime decisioni di quella notte. Ma un forte capogiro, che per poco non mi fece perdere l’equilibrio, mi fermò. Non ebbi il coraggio di voltarmi, ma di fronte a me, nella direzione in cui stavo fuggendo, c’era lo stesso portale da cui ero fuggito. Solo che questa volta io mi trovavo dalla parte opposta. Ero dentro il bosco diVallombrosa.


Il terrore si impossessò di me. Smisi di pensare e preso da una fretta frenetica ricominciai a correre, incurante di tutto. Le luci rosse mi stavano accerchiando, muovendosi come serpi tra i tronchi massicci. Erano come occhi di belve feroci, pronte a lanciarsi su di me. Con ogni passo cercavo disperatamente di guadagnarmi la salvezza. Ma sentivo che i miei aguzzini erano sempre più vicini e che a meno di un miracolo, mi avrebbero preso. Avevo quasi raggiunto l’uscita quando d’istinto mi voltai. Solo una volta, una soltanto, mi voltai a guardare cosa avevo alle spalle. Mi fermai perché le gambe non mi ressero. Voltandomi ciò che vidi fu di nuovo il portale d’uscita. Ero bloccato, qualcosa non voleva che me ne andassi.


Ero spacciato. Mentre i globi sanguigni mi raggiungevano pensai che di me si sarebbero trovati solo i vestiti. Mi maledissi per non aver ascoltato chi mi diceva di stare alla larga da quel postaccio. L’erba intorno a me si fece più scura e seppi che centinaia di quelle cose mi erano addosso. Piansi, portandomi le mani al volto per non vedere cosa mi sarebbe
capitato di lì a poco. Aspettai che tutto finisse, sperando che fosse una cosa rapida.


Poi, inspiegabilmente, successe l’impossibile: mi calmai. Un tepore che dallo stomaco si spostò al petto, si irradiò poi in tutto il corpo, facendomi smettere di tremare. Tra le dita iniziò a farsi strada una tenue luce argentata e azzurrognola, che si insinuò fino a sfiorarmi il naso. Scostai le mani dal volto. La piccola sfera di luce che avevo inseguito era lì, fluttuate
sui miei palmi. Allora capii qualcosa che non ero riuscito a comprendere fino a quel momento. Davanti a me non c’erano luci fluttuanti, non c’erano mai state. Quelle che vedevo sospese a mezz’aria tutte attorno a me erano voci. La piccola entità brillò più intensamente e seppi che mi stava parlando. La luce che emanavano era fatta di parole. Per questo non creavano ombre al loro passaggio, poiché le parole non illuminano da sole,
possono soltanto essere ascoltate, seguite o ignorate.


Fu grazie alla nuova consapevolezza che mi parve quasi normale sentire la voce di mio nonno. Il tono perentorio sembrava ammorbidito da una tenerezza che non avevo conosciuto durante la sua vita. Lo sentii come un’eco di cui si era persa la fonte. Mi rimproverò di essere rimasto il solito testone che fa sempre come gli pare. Mi disse che un po’ sperava nel fatto che non l’avrei seguito fino all’ingresso della foresta, ma che era contento di potermi rivedere un’ultima volta. Mi spiegò che il bosco proibito non era altro che l’anticamera del mondo degli spiriti. Una sorta di ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


Incredulo a tutto quello che stava succedendo, mi immaginai ancora sul fianco della montagna svenuto e in preda a un sogno incosciente. Il nonno mi invitò ad alzarmi e a guardare intorno a me. Riuscii a mettermi in posizione eretta e posai lo sguardo sulle luci che ancora mi circondavano. Notai che il loro colore si era schiarito, diventando quasi rosato, e che seppure fossero privi di volti o corpi, se ne potevano indovinare i sorrisi.
Mi avvicinai a una delle luci sussurranti. Mentre avanzavo, il nonno mi spiegò che si trattava dei i nostri antenati, coloro che erano nati e vissuti sul fianco della montagna. Tutti con il ruolo di custodi del luogo dove il velo tra i due mondi si assottiglia. Seppur con gradi diversi di consapevolezza, avevano protetto la foresta per tutta la vita, finendo per farne parte una volta morti. Ero a pochi passi da una di loro quando questa decise di ritrarsi, attraversando l’albero che le stava dietro. Mi avvicinai alla quercia e posai una mano sul tronco. Sotto le dita sentii una forma che sembrava estranea al tronco, qualcosa di fibroso e intrecciato. Una corda. C’era una corda che avvolgeva delicatamente l’albero. Ecco, dove finiscono le corde che i defunti portano alla cintola, pensai.


“Quella sottile corda è ciò che permette ai custodi defunti di non passare oltre, di continuare in eterno la loro opera, seppur dall’altro lato. Durante la vita custodi degli spiriti, dopo la morte custode degli uomini”. Così mi disse il nonno.


Sentii un tuono, e seppi che nel mondo che ancora mi apparteneva era scoppiato un temporale. Il freddo era sparito e così anche la paura e il dolore. In quel luogo regnava una pace eterea, ritmata dalle parole di decine di anime che lì avevano vissuto e che continuavano a vegliare, diventando parte stessa della foresta. Non mi sarebbe dispiaciuto rimanere lì in eterno, ma la voce di mio nonno mi disse che era tempo che io tornassi al mondo che ancora mi apparteneva. Mi aveva fatto arrivare lì per mostrarmi cosa dovessi fare, quale fosse il retaggio del sangue che mi scorreva nelle vene. Venni condotto verso il portale d’ingresso, guidato dalle parole del vecchio patriarca attraverso un corridoio di sussurri rosati di persone che non avevo conosciuto, ma che sentivo affini.


Quando arrivai all’ingresso del bosco il cielo si tingeva di un tenue e debole chiarore. Il sottobosco era gonfio e profumava di muschio bagnato, dai rami cadevano le ultime gocce di pioggia. Prima di superare l’arco di pietra, antico forse più della foresta stessa, mi congedai, ringraziando il nonno per tutto quello che aveva fatto per me dal momento in cui ero nato. Mio nonno invece si scusò, per essersene andato via prima di potermi rivelare i segreti del bosco e del nostro retaggio, per aver aspettato troppo a dirmi la verità. Ma poi aggiunse che avrebbe rimediato, vegliando su di me. Non riuscii a dire neanche una parola che il guizzo azzurrino si era già infilato nel ciondolo di pietra che portavo al collo. Una luce abbagliante mi accecò e insieme a un fortissimo fischio venni privato dei sensi principali. Quando rinvenni era ormai mattina. Mi ritrovai seduto per terra, la schiena poggiata a un abete, verso le pendici della montagna in direzione del paese. Ero nello stesso punto in cui ero caduto la notte prima.


Tornato a casa la trovai in subbuglio. Nessuno aveva dormito nell’attesa che tornassi. Mio padre era andato a cercarmi sotto l’acquazzone, ma senza risultati, e avevano paura fossi morto per una frana. Quando raccontai dell’accaduto mi diedero del solito racconta balle, e mi dissero che se avevo bevuto fino ad addormentarmi avrei potuto dirlo, senza dover inventare storie tanto strampalate. Inutile dire che non difesi strenuamente la veridicità dei fatti che avevo raccontato e che pian piano iniziai anch’io a mettere in discussione. Finii per credere che, in effetti, potevo essermi sognato tutto, che nessuno sapeva se esistesse davvero l’aldilà, che è impossibile parlare con i defunti e che in fondo il mio ciondolo aveva
sempre brillato di una luce che non faceva ombre.

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