Come la marea

di PennyDove

Ci vediamo ogni venerdì, intono alle 20 e 30, da ormai tre mesi.

O meglio, io ti vedo.

I tuoi occhi di nubi, indecise tra la pioggia e il sereno, sono persi nella bolla di musica degli auricolari Bluetooth. L’onda tiziana dei capelli la raccogli sommariamente sul capo con un fermaglio di plastica, in tinta con il cesto portabiancheria bilanciato su un fianco. Non un filo di trucco sugli zigomi levigati come ciottoli marini, sulla valva svagata delle palpebre, sulle fini gorgonie delle ciglia, sul corallo chiaro delle labbra.

La porta a vetri si apre con uno sbuffo ed ecco lo stridio di sterna delle sneakers sul linoleum, ad accompagnare la falcata disinvolta delle tue gambe tornite, cui l’orlo del maglione accarezza le ginocchia col moto pigro della risacca serale.

Ne hai quattro di quei pullover avvolgenti. Ala di gabbiano, sabbia, verde acqua e corda.

Li indossi a rotazione, nello stesso preciso ordine ogni mese, tanto da poterci regolare sopra il calendario, come con le fasi lunari.

Le pagine della rivista, sfogliate per ingannare le mani e il tempo nell’attesa di te, scivolano dimenticate con un fruscio di brezza marina.

Con la bocca arida di naufraga mordo il fiato tra i denti, gli occhi che ardono mentre ti chini davanti all’oblò cromato della lavatrice a gettoni, la tensione della lana contro l’isola inarcata della schiena, a rivelare il chiar di luna della tua nuca, vaga di riccioli porporini.

Trecce di filo disegnano l’insenatura dei tuoi fianchi, il plenilunio dei glutei rotondi. L’orlo a coste si ritira come la bassa marea sulla pallida spiaggia delle cosce di marmo satinato.

Seguo le tue mani pescare dal cesto lingerie lucente come creature di mare, incrostate dalla spuma impalpabile dei pizzi. Ne immagino la setosa trasparenza di alga baciarti la pelle di madrepora, l’intima conchiglia del sesso tumido e caldo, mentre oscilli, in bilico sulle punte, al liquido ritmo della musica che in segreto ti avvolge.

Vorrei essere l’oceano di note che ti culla, penetrarti con la salsedine della mia melodia, intriderti di riflessi traslucidi sin nel gorgo dei tuoi abissi pulsanti. Farti mia essendo tua.

Ma non sono che acqua.

Trasparente.

Invisibile.

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