Dark Ravenna

Di Serena Tirapani

Linda era sveglia da tre minuti, in terribile ritardo rispetto ai piani. Eppure l’aveva puntata la sveglia, continuava a ripetersi.
Quel turno di notte sarebbe stato tutto in salita.

Quei tre minuti da quando le palpebre erano riuscite a scollarsi li aveva passati a ripetersi quanto sarebbe voluta rimanere accoccolata a letto, anche se così caldo e appiccicoso.
Era soltanto aprile, ma le giornate facevano già invidia a quelle estive e anche le notti erano tiepide e piacevoli.
Il piccolo appartamento in via di Roma, nel cuore di Ravenna, si era però già scaldato troppo, e Linda sapeva che quello era l’anno giusto per installare finalmente un condizionatore. Non le era mai capitato di risparmiare così tanto da quando era andata a vivere da sola.

Solamente quell’anno, complice la quarantena imposta causata dal nuovo virus straniero, era riuscita a mettere da parte un bel po’ di soldini, dato che il lavoro era triplicato mentre il resto della vita sociale era completamente in pausa.
Sì, era deciso! Prima di giugno si sarebbe concessa quel piccolo investimento!

Cercando la forza di alzarsi, aveva preso il telefono e l’aveva staccato dalla carica. Aveva constatato che la sveglia effettivamente non era puntata e non riusciva proprio a spiegarsi il perché, non erano errori che faceva spesso e non era assolutamente da lei, sempre così impeccabile e puntuale. Doveva stare più attenta, si era rimproverata.
Aveva poi risposto a un paio di messaggi della sera precedente, rimasti non letti e in attesa, perché le sue serate non sempre seguivano orari normali, dovendo poi affrontare un turno lavorativo prima dell’alba. Spesso finivano intorno alle 21, quando invece i suoi amici iniziavano a vivere la parte più divertente della giornata. In tempi normali, ovviamente. E quello non era il caso.
Stavolta era solo la mamma che chiedeva sue notizie, se tutto fosse ok, e Nico che le suggeriva una nuova serie drammatica che non poteva perdersi, su Netflix. In quei mesi il mondo intero era appiccicato agli schermi a ingozzarsi di film e serie tv. E per fortuna che c’erano. Erano tempi difficili e rischiavano tutti di impazzire. Almeno c’era modo di distrarsi un po’.
Aveva tranquillizzato la mamma e rassicurato l’amico, stasera avrebbe seguito il suo consiglio. Poi, finalmente, aveva messo i piedi a terra, sentito il parquet tiepido, liscio, quasi setoso, e con uno sforzo esagerato si era alzata dal letto e si era decisa a incominciare la sua giornata.

Erano le 03.48.
E nei due metri che dividevano la camera da letto al bagno, si convinse che era ora di trovare un altro lavoro. Finita la pandemia. Dopo l’acquisto del condizionatore.

Le piaceva fare liste, piani, mettere in ordine le sue priorità. Una volta deciso poi sarebbe andata avanti a testa bassa, conquistando ciò che voleva e lasciandosi alle spalle ciò di cui non aveva più bisogno. O chi non faceva più per lei. 

Fin lì c’era sempre riuscita, le era sempre andata bene.
E quella sveglia così sfigata le aveva in realtà messo in testa i prossimi passi da affrontare. Non era male, qualcosa di positivo ne era uscito, almeno.

In bagno aveva cominciato la sua routine, mandata avanti al massimo della velocità: una sciacquata alla faccia, gocce fredde sulle guance, spazzolino e dentifricio e la fame che di colpo si era fatta sentire, infine colpi di spazzola a districare i corti capelli biondi e un’ultima occhiata veloce allo specchio. E di colpo, dal niente, un flash. La pelle riflessa era pallida, violacea, le vene azzurre sembravano voler affiorare e la mente era tornata arrogante all’immagine di un Brad Pitt vampiro, in quel vecchio film.
Un balzo indietro, le mani in faccia a coprirsi gli occhi. Che cazzo era successo?

Poi un respiro e la ragione era arrivata in aiuto. Che stupida, sapeva bene che doveva svegliarsi con calma anche per quel motivo! A quell’ora di notte il cervello restava tra sogno e realtà.
In quel momento Linda aveva anche capito che lavorare attentamente e arrivare a fine turno sarebbe stata una vera e propria impresa. 

Con quel pensiero in testa era quasi fuggita dal bagno, decisa a lasciarsi la cosa alle spalle e correre ad infilarsi nella divisa, che per fortuna aveva preparato la sera prima, sulla poltrona accanto al letto. Poi borsa, cappotto, telefono, una merendina al volo ed era uscita.

La città a quell’ora era totalmente deserta. E di tutto il turno di notte, tra la sveglia alle tre, la nausea seguita da una fame accecante, la testa ovattata e il pensiero in loop di voler soltanto dormire, ecco, tra tutte queste cose, quello che Linda odiava di più era dover arrivare alla macchina, distante poche decine di metri, attraversando la strada semibuia, annaffiata solo dal pesante alone giallo dei lampioni.
Anche se la distanza era breve, non riusciva a percorrerla senza brividi addosso,   trovandosi quindi costretta ad aumentare il passo, quasi fino a correre.

Anche quella notte, mentre si chiudeva il portone alle spalle e dava due giri di chiave, pensava che con coraggio si sarebbe voltata e avrebbe affrontato in fretta il breve tragitto, cercando di non spaventarsi da sola immaginando chissà quale mostro o assassino o stupratore. E sarebbe stato ancora meno facile, questa notte, dopo quello che aveva visto riflesso allo specchio.

Il pomeriggio prima, tornata dalla spesa al supermercato, aveva trovato posto nel parcheggino in fondo alla strada, prima della grande e antica porta. Essendo tutti obbligati a stare chiusi in casa era diventata una vera e propria impresa trovare posti liberi e Linda aveva perso il suo preferito due giorni prima, quando l’aveva lasciato per andare a lavorare. Chissà quando l’avrebbe potuto riconquistare.
Era il suo posto preferito proprio perché esattamente davanti al suo portone. Doveva solo attraversare la strada. Vicino, comodo e molto più illuminato, sotto la protezione della grande basilica, la più bella di Ravenna, secondo Linda.
Ogni volta che usciva da casa, avendo la fortuna di trovarsela praticamente di fronte, perdeva qualche secondo a guardarla, fissarla, ammirarla, perdersi nei suoi dettagli, gustarne la maestosità, ritrovarsi a pensare che andrebbe ripulita perché ormai il nero dello smog si era insinuato nelle dolci pieghe bianche della sua facciata.
E un’occhiata alla chiesa l’aveva buttata anche in quel momento, come un saluto veloce. Quella notte assumeva un’aria minacciosa, era immersa nel buio e alle spalle c’era quella luna argentata. Era quasi piena, ne mancava solo un piccolo pezzetto.

Domani sarà un bianco cerchio perfetto, aveva pensato mentre si girava, dirigendosi alla macchina.

Sperava solo che nei giardinetti dall’altra parte della strada non ci fosse nessuno! A volte alcuni senzatetto si fermavano a dormire nelle panchine che circondavano la fontana e Linda, come ogni donna che cammina da sola di notte, si sentiva ancora meno al sicuro.

Mentre si avvicinava e cercava di scorgere attraverso la fila delle macchine parcheggiate se quella notte ci fosse qualcuno, la sua attenzione era stata però catturata da un qualcosa fuori posto. La fontana, di solito così quadrata e lineare, era come interrotta, sopra c’era un ammasso di qualcosa. Ma di cosa? Un sacco della spazzatura? 

Il cervello non riusciva a mettere a fuoco quell’ammasso di roba, a dargli un contesto, un motivo, una forma conosciuta. Era in tilt.

Con una scossa dalle scapole al collo, un’idea agghiacciante le era tuonata in testa. Non poteva essere un corpo, non era possibile. 

Intanto il respiro si era accorciato, entrava in gola e tornava subito indietro, bramando un’uscita. A un tratto attorno a lei tutto era freddo e i brividi correvano sulla pelle, il cervello sembrava pensare milioni di cose e allo stesso tempo il nulla, come se lo sforzo per decodificare quell’immagine fosse troppo intenso, mentre a piccoli passi si avvicinava a quella forma che una forma conosciuta non aveva, quella cosa lunga, piegata in modo strano, così innaturale, che per metà era immersa nell’acqua e per l’altra metà arrivava a toccare il cemento.

Poi, di colpo, aveva capito.

I piedi appoggiati in maniera scomposta. Le punte delle scarpe toccavano terra. Erano vicine l’una all’altra e non avrebbero mai potuto tenere in equilibrio un corpo, messe in quel modo.
E infatti non dovevano. Perché dal bacino in su, il corpo era appoggiato alla fontana e per metà immerso, la testa dentro l’acqua, i capelli che leggeri fluttuavano sulla superficie, la faccia completamente sprofondata e così anche le braccia, allargate, pesanti, come buttate lì per sbaglio.

Poi, raggiunto il marciapiede di fronte e superata la fila di macchine, Linda se ne era accorta.

Come prima davanti allo specchio, la fantasia le aveva giocato uno scherzo.
La fontana era spenta, libera, quadrata e rigorosa come sempre, silenziosa e placida, e a quell’ora non c’erano neanche i piccioni, che di solito ne occupavano le sponde per bere e rinfrescarsi.
Cosa le stava succedendo?
Sapeva di avere spesso dei pensieri macabri. Nascevano dal nulla e prendevano il largo velocemente, immergendosi nella realtà per catturarne elementi che poi facevano propri, aggiungendo dettagli truci e spaventosi.
Quei pensieri la facevano sentire pazza, fuori di testa, ma anche speciale e diversa. E la cosa aveva incominciato a piacerle, le faceva scoprire quella parte di sé che tanto la affascinava. Il suo lato oscuro. E ne rideva quando i suoi amici restavano di sasso sentendoglieli raccontare.
Però… ok le fantasie, ma queste visioni, così reali e vivide, non le aveva mai avute.
Era stato il risveglio brusco?
Stava seriamente e definitivamente diventando pazza?
Purtroppo, non era nessuna delle due cose.
E Linda non l’avrebbe mai saputo.
Perché mentre si interrogava su che cosa le stesse succedendo, fermandosi davanti a quella fontana nonostante il ritardo mostruoso in cui sapeva di essere, catturata, spaventata da quella novità che le faceva andare in panne i sensi, e così concentrata a trovare una risposta da non accorgersi che lì, dietro di lei, dei passi attutiti dall’erba si stavano avvicinando, pericolosi, inesorabili, letali.
Linda aveva sentito solo una botta violenta, un tonfo lancinante colpirle la nuca, sfondarle le ossa del cranio e farla precipitare sulla sponda della fontana, metà del corpo che sbuca, piegato, e arriva fino a terra, l’altra metà che affonda dolcemente, lentamente, sotto il pelo dell’acqua.
I capelli corti, biondi, che galleggiano e riflettono la fioca luce gialla, danzano, quasi magici. I piedi che non devono più sostenere il resto del corpo.
E il sangue che piano piano colora l’acqua.

Quella piazza che di solito era immersa in un buio quasi totale ora brillava di bagliori azzurri.
Le finestre delle case affacciate sulle vie adiacenti erano tutte aperte e occupate da sguardi curiosi. Qualcuno era anche sceso in strada, aveva provato ad avvicinarsi per sbirciare, ma subito era stato respinto e ricacciato nella propria abitazione. 

A chi osservava dall’alto dei palazzi vicini, quella scena poteva sembrare un quadro. Ne aveva la maestosità, la solennità.  

Sullo sfondo l’ombra scura della chiesa più importante della città, mentre l’alto campanile era illuminato da una luna di ghiaccio, perfettamente piena, enorme lampione che si rifletteva anche sui mattoni del battistero lì a fianco. Poi l’ombra tetra della cancellata e, davanti, gli alberi. Sotto di loro il soggetto principale era una figura immobile, un’ombra distesa su quella piccola panchina di marmo, il destinatario di tutte le attenzioni. Adagiato sulla pietra fredda, le braccia del ragazzo ricadevano all’infuori, le mani poggiavano sull’erba, e lo stesso i piedi. Sembrava una Pietà rivisitata, umana ma anch’essa senza più calore, con indosso gli abiti del 2020 ma lo stesso drammatico destino di quel Cristo, oggi al riparo a San Pietro.
Intorno a lui tante piccole figure che con attenzione e reverenza si muovevano lentamente, quasi in sincrono tra di loro, ognuno impegnato a dare tutta la propria concentrazione a quel corpo abbandonato al buio, in una notte a caso di aprile.

Erano quasi le cinque del mattino e tra poco sarebbe incominciata l’alba.

Mattia non doveva trovarsi lì.
Il divieto di uscire, se non per circostanze urgenti, avrebbe dovuto farlo restare in casa, al riparo, al sicuro sia dal virus che dal suo assassino. E invece, con l’incoscienza tipica dei vent’anni e la ribellione tipica dell’essere maschile, era uscito per bere qualcosa con un paio di amici, spostandosi di nascosto in mezzo alle strade deserte, le birre nello zaino, alla ricerca di un posto buio e appartato, chiacchierando sottovoce, bevendo, sghignazzando alla faccia di tutti quelli che restavano in casa e rispettavano le regole, con quel brivido adrenalinico che si prova da piccoli quando si gioca a nascondino e che rendeva queste sporadiche serate ancora più divertenti ed eccitanti.

E poi quell’ultima birra in solitudine, le cuffie nelle orecchie, a gustarsi il vuoto, il fresco e il buio, a gustarsi una libertà che in casa non aveva più, da quando era stato costretto a convivere 24 ore su 24 con la sua famiglia, in quel minuscolo appartamento e quelle liti costanti, e le pareti diventate così strette da sentirsi stritolare.
E alle 4.58 Mattia doveva già essere a casa, come i suoi amici. E invece, in quel momento, in quella piccola porzione di collo lasciata libera dalla testa china, tra la berretta e il giubbotto con il colletto abbassato, lì, proprio sotto quel perfetto disegno creato dai corti capelli neri, un coltello si conficcava letale e profondo, sbattendo nelle vertebre e trapassando la gola. E mentre Mattia gorgogliava in cerca di aria, soffocando invece nel proprio sangue, due braccia forti e sconosciute lo adagiavano lentamente sulla pietra. 

E tutto finiva lì. Accanto a quella pozza di liquido, nella notte così denso e nero, mentre dalle cuffie partivano le note della sua canzone preferita.

A poco più di duecento metri, si presentava una scena molto simile.

Le luci delle auto della polizia illuminavano l’intero vicolo e lanciavano lampi nei muri circostanti. La zona era stata transennata e i poliziotti continuavano ad andare e venire, a tenere lontano i curiosi, a esaminare il corpo, a fare domande ai presenti e al testimone che aveva trovato il cadavere.

La vittima era a terra, la faccia schiacciata contro l’asfalto sporco e umido. L’uomo doveva essere caduto con una certa violenza, probabilmente spinto, perché dal labbro fuoriusciva del sangue e il sopracciglio sinistro era spaccato. La mano destra stringeva ancora un guinzaglio rosso, a cui fino a poco prima era stato attaccato un bastardino che ora si trovava rinchiuso in una delle auto della polizia, e guardava la scena da lontano, guaendo verso il suo padrone, le zampe contro il finestrino e quel suono, come un pigolio, che faceva male al cuore di chiunque si avvicinasse abbastanza per sentirlo. Quando la prima pattuglia era arrivata sul luogo del delitto, si era trovata davanti un’altra scena struggente: il cadavere dell’uomo, morto solo da pochi minuti, con una chiazza di sangue che si allargava nella schiena, partendo da quei buchi profondi, scuri, e una piccola pozzanghera rossa di fianco a lui, le braccia in alto, piegate e lì, accoccolato nella piega del gomito, Whisky, con la testolina appoggiata alla sua mano, in attesa del risveglio del padrone.

E dire che, quel cane, Massimo neanche lo voleva. Come in quasi tutte le famiglie, i due figli avevano insistito a lungo e lui a lungo si era opposto fermamente, sapendo che alla fine sarebbe diventato un suo nuovo, ulteriore impegno. E lui di tempo non ne aveva. Non con il bar di cui doveva occuparsi praticamente da solo e quella sveglia alle cinque, non con i passaggi ai figli a scuola, calcio, batteria e chitarra, e neanche con la partita a squash del venerdì sera o la birretta al pub un paio di volte alla settimana, in quelle settimane in cui capitava. Lui un cane non lo voleva. La sua vita era già piena e a posto così. E dove l’avrebbero messo nei weekend estivi, quando tutti e quattro partivano per le brevi ferie? O nelle lunghe giornate di mare, in quelle domeniche che gli piaceva tanto passare in spiaggia con la moglie, dalla colazione all’ammazzacaffè dopo una cena di pesce?

Ma poi, come succede spesso, il cane era arrivato e aveva scelto proprio lui come padrone. Il suo capobranco. Lo aveva in mezzo ai piedi appena si muoveva, tra i suoi piedi quando andava a dormire, e quando, seduto sul divano, guardava la tv.

E ovviamente, alla fine, era toccato a lui portarlo sempre a spasso.

Lui un cane non lo voleva. Ma poi ci si era affezionato. E molto. Gli allungava sempre qualcosa dalla tavola, di nascosto, e se sapeva che tutta la famiglia, tra i mille impegni, sarebbe stata poco a casa, in alcune giornate, con la scusa di vederlo “giù di morale”, cosa che percepiva solo lui guardandolo fisso negli occhi per qualche secondo, se lo portava anche al bar, per non lasciarlo da solo per troppo tempo. 

Ma con la pandemia, la quarantena forzata, la chiusura del bar e i pensieri per le bollette e per le altre spese, beh, quel cane era diventato più di un nuovo compagno. Ora era la sua salvezza.

Perché Massimo ultimamente non riusciva più a dormire molto, solo qualche minuto filato qua e là. E quando il tempo si dilatava e la notte diventava infinita, mentre l’ansia iniziava a bussare alla gola e il cervello si intossicava di pensieri, non importava che ore fossero, lui aveva una via d’uscita. Prendeva il suo cagnolino, sempre disposto a seguirlo, e andava a farsi quattro passi, al fresco e al buio, fumando un paio di sigarette o anche molte di più, la quantità dipendeva dal peso dei pensieri, e sapeva di riuscire ad allentare la morsa della paura, in questo modo. Ci riusciva quasi sempre. Gli piaceva perdersi nella bellezza della sua città, a quell’ora così silenziosa e in quella pandemia così deserta, si sentiva soltanto il ticchettio delle unghie di Whisky sull’asfalto e il crepitio della sigaretta che si consumava.

Quella sera c’era una luce pesante che si perdeva nella foschia. C’era la luna, così tonda e perfetta da rendere quasi superflui i lampioni. Faceva caldo per essere aprile. Ma meglio così, dicono che col caldo dovrebbe sparire, questo cazzo di virus. 

Avvicinandosi al centro della città gli era sembrato di sentire delle risate provenire da qualche via più in là, ma aveva deciso che probabilmente era una televisione e di certo non sarebbe andato a scoprirlo. Aveva proseguito il suo giro ed era già alla quarta sigaretta. Fanculo, almeno questo lasciatemelo fare, aveva pensato tra sé, rivolgendosi a nessuno in particolare. Perché in effetti nessuno lo stressava per smettere di fumare. Non sua moglie, né i suoi figli. E di sicuro non Whisky. Ma un piccolo senso di colpa lo accusava comunque, ogni volta che se ne accendeva una. Sapeva che iniziava ad avere una certa età. Non era vecchio ed era anche in forma, non era un uomo alto ma si era mantenuto da sempre magro e anche abbastanza tonico.

Però era decisamente ora che cominciasse ad essere davvero consapevole che neanche lui era eterno, e a cercare di limitare tutto quello che avrebbe potuto portare a una fine un po’ troppo prematura. Almeno per i suoi gusti.

Anche per questo approfittava spesso del cane per queste passeggiate notturne.

Sapeva bene il pericolo che gioca lo stress sul corpo. Se doveva fare certi sacrifici per salvarsi da un virus, non voleva poi però morire di ansia.
Ora i due stavano attraversando la piazza principale, poi si erano immessi in uno dei vicoli pedonali, poi a destra e di nuovo verso l’altra grande piazza. Era il solito giro, quello che ormai anche il cane sapeva a memoria e che in automatico facevano tutte le notti, quando andava a prendere la sua boccata d’aria. Il suo momento di pace a gustarsi la bellezza della sua città.

Ma ora, per l’ennesima volta, si era trovato a percorrere quella stradina orribile, quella che lui definiva la più brutta di Ravenna, quel tozzo viottolo con la lunga sfilza di bidoni dell’immondizia, le pareti piene di scritte a bomboletta e il puzzo di piscio a tutte le ore, tutti i giorni. Assurdo, si poteva sentire anche adesso che la gente era chiusa in casa!

Ed è triste che di tutti i posti, di tutti gli scorci belli che aveva superato, dovesse succedere proprio lì.

Che mentre si accendeva la quinta sigaretta e Whisky era profondamente impegnato ad annusare una grondaia, quell’uomo si era avvicinato, silenzioso, letale, con un coltello già sporco del sangue di qualcun altro, e come pochi minuti prima aveva ripetuto l’esatta sequenza di movimenti, conficcando con forza la lama nella schiena dell’uomo, sempre più a fondo, sempre più forte, con violenza l’aveva estratta e con rabbia l’aveva rigettata dentro la carne, due, tre, cinque, sette volte, con il sangue che schizzava ovunque e la testa dell’uomo che per un attimo si era girata cercando il suo aguzzino, gli occhi terrorizzati in un’espressione di orrore e incomprensione, e il cane aveva iniziato ad abbaiare verso l’assalitore che con una spinta tra le scapole aveva fatto cadere la vittima a faccia in giù, con un tonfo sull’asfalto, in mezzo a un vicolo sporco, squallido e fetido. E solo Whisky, a fargli compagnia un’ultima volta. 

“Non ci crederai Milly, mi hanno obbligato a tornare a casa!”

Il vecchio entra in casa sbattendo la porta alle sue spalle. Il piccolo appartamento è buio nonostante siano le dieci di un mattino soleggiato e tiepido di inizio aprile. È ammobiliato con mobili antichi, anzi, vecchi.

La coppia ci vive da sempre, da appena sposati, e negli anni sono state poche le volte in cui hanno deciso di rimodernare un po’ con nuove sedie, o un tavolo da pranzo, addirittura un paio di volte il divano.

Ma per il resto l’appartamento di via Baccarini è rimasto pressoché uguale a come quando ci si sono trasferiti e ormai sono passati più di cinquant’anni.

Di solito è molto luminoso, le finestre sono piccole ma ricevono il sole per quasi tutta la giornata e Milly ci tiene che sia tutto il più pulito possibile, passa lo straccio e la polvere quasi ogni giorno. La mattina si sveglia alle cinque e la prima cosa che fa è il giro della piccola casetta per aprire tutte le tapparelle, e dare inizio alla nuova giornata, anche quando fuori è ancora buio. Poi subito a fare le faccende, almeno le prime, ci sarà tempo più tardi per il caffelatte e per vestirsi, fare altri due lavoretti e iniziare a pensare cosa preparare per pranzo, mentre aspetta suo marito di ritorno dal suo fazzoletto di orto, sulle sponde della città.

Questa è la loro vita da diversi anni. Da quando il marito è andato in pensione e i figli sono cresciuti. E anche i nipoti lo sono. 

Li vanno a trovare poco, negli anni si sono trasferiti chi nella capitale, chi fuori provincia e addirittura Greta, la figlia minore che non si è ancora decisa a mettere su famiglia, è finita in Germania. 

Ai due vecchi basta sentirli ogni tanto, sapere che va tutto bene e che se decideranno di andarli a trovare, quel piccolo appartamento sarà luminoso, lindo e pulito, e che ci sarà sempre qualche frutto o qualche ortaggio appena raccolto, da portarsi a casa per risparmiare un po’ sulla spesa e mangiare qualcosa di sano.

Negli ultimi mesi però è più difficile. C’è quel virus, quella pandemia, e devono stare attenti perché la tv dice che colpisce proprio la loro generazione e se te lo becchi non c’è scampo. Quindi si sono dovuti chiudere in casa, anche se il vecchio è riuscito lo stesso a continuare ad andare all’orto. Dice che non potrebbe vivere senza la sua terra. Quello che non dice è che non saprebbe vivere neanche senza la sua Milly.

Lei invece si limita a uscire poche volte alla settimana per un po’ di spesa, magari ogni tanto si allunga a prendere il giornale e quando riesce si ferma anche un attimo in chiesa. Le hanno tolto la messa, ma nelle sue preghiere, in quei cinque minuti che passa in solitudine appoggiata al banco di legno, in ginocchio nonostante il dolore della protesi, con le mani strette e le nocche bianche che sembrano voler uscire dalla pelle sottile, Milly chiede perdono al suo Dio e protezione per lei, per il marito, i figli e i nipoti, perché questo virus la terrorizza davvero e così anche quei secchi colpi di tosse che la svegliano già da diverse notti.

E infatti ultimamente Milly ha incominciato ad alzarsi più tardi la mattina e non dà più lo straccio con la frequenza di prima. È stanca e ha bisogno di riposare di più. Si affatica subito e il respiro sembra mancarle. Forse stavolta la vecchiaia l’ha raggiunta davvero? Forse finora è sempre stata fortunata ad avere la salute intatta, tranne per quel ginocchio malandato? 

Il vecchio, che ora è fermo immobile davanti a quel portone sbattuto, non sente il solito saluto, non sente la voce di Milly dall’altra stanza chiedere cosa sia successo e perché il suo umore sia visibilmente nero, guidandolo verso di sé e indicandogli se sia in cucina a lavare i piatti o in salotto a pulire l’argenteria, o seduta a bersi un tè.

L’uomo continua a sbraitare, ma ora ha abbassato la voce e si fa strada nella penombra, non sta neanche ad accendere la luce, conosce troppo bene quegli spazi. E poi, in realtà, sa perfettamente dov’è la sua Milly. Questa consapevolezza si materializza con una piccola implosione, da qualche parte in mezzo al petto.

Milly è ancora lì, dove l’ha lasciata prima di uscire e dove l’ha trovata appena sveglio, seduta sulla poltrona accanto al tavolino, la tv è accesa sul canale che trasmette tutti i suoi sceneggiati, sul suo viso si specchia violenta la luce finta di una brutta pubblicità e la sua pelle è così fine che sembra cartapesta, pronta a strapparsi al primo movimento.

Il vecchio le accarezza la guancia, gentile e leggero, non vuole svegliarla.

“Sei fredda Milly, ora ti copro”, le sussurra. In quella frase tutto l’amore che li lega da più di mezzo secolo.

Le appoggia una coperta sulle gambe, la tira su fino alle spalle.

Oggi, in quella casa, le tapparelle sono chiuse.

Il vecchio sembra indemoniato.

Sono già tre giorni che prova ad andare all’orto e viene fermato dalla polizia. Oggi hanno minacciato anche di fargli la multa, e se lo beccheranno a provarci di nuovo sarà fatto.

Ma lui senza orto, senza sporcarsi le mani, senza la terra, la fatica e il sudore, senza raccogliere i frutti di quello che ha piantato e curato per mesi, non ci sa stare.

Mi avete tolto tutto, urla.

“Bastardi!” sputa rabbia e saliva, è vecchio ma imponente e robusto e i due poliziotti iniziano ad avere paura. In preda alla rabbia, quell’uomo che ha fortificato il suo corpo in mezzo ai campi per quasi tutta la vita fa paura.

Sembra fuori di testa e i due agenti per un attimo pensano di non avere scelta, di chiamare il 118 e farlo portare via.

Lui, come se avesse letto nei loro pensieri, tira via il mozzicone di sigaretta, si gira, sale in macchina e chiude la portiera mettendo in moto e sgommando verso casa.

Parcheggia poco distante dal portone, scende dall’auto che è una furia. Mentre si avvicina si accorge che poco prima, uscendo, l’ha lasciato socchiuso. Bestemmia. “Ma Milly non se ne è accorta??” ringhia le parole a voce bassa, mentre con uno scrocchio calpesta qualcosa.

Con la gamba ancora sospesa il vecchio guarda per terra. C’è il cadavere di un merlo, la testa spappolata dai suoi novanta chili, impastata per terra, il becco giallo, spezzato e tinto di rosso, liquido denso e scarlatto che si sparge tra i granuli dell’asfalto. Guarda sotto la scarpa, sangue e pezzi di carne viscida e piume. Butta indietro la gamba e dà un calcio al merlo. Poi strofina la suola sul cemento ed entra in casa.

Per qualche minuto rimane cieco, fuori il sole picchia mentre dentro è quasi buio. Attraversa il salotto e il corridoio. In cucina, sul tavolo, una busta di medicinali che ha comprato una settimana fa. È ancora intatta.

Nel lavello resti di cibo in piatti ammassati, risultato dei suoi pasti in questi giorni. Solo suoi, Milly non sta mangiando molto. Anzi niente. Non tocca neanche il tè che le prepara ogni pomeriggio e che le lascia lì, sul tavolino accanto alla poltrona dove lei riposa.

È molto stanca Milly, dorme sempre.

Magari oggi proverà con un caffè.

La tv è accesa e il telefono sta squillando. 

Si accende una sigaretta, ne restano solo cinque. Fuma da tutta la vita, ma mai quanto in questo periodo. 

Stasera, quando sarà più fresco e buio, andrà al distributore automatico.

Assurdo, sono autorizzato a fare una cosa che uccide e non quella che mi tiene in vita, pensa.

Ma prima meglio lavare un po’ di quei piatti, forse così andrà via questa puzza di marcio.

Poi dovrebbe fare anche un po’ di spesa, sta finendo tutto e Milly non può di certo andarci.

O forse non ce ne sarà bisogno.

Si china sul lavello, l’acqua fredda gli bagna le mani grosse, tozze, vecchie. Si guarda le dita, l’indice e il medio della mano destra ingialliti dal tabacco.

Sul tavolo la busta dei medicinali.

Le tapparelle chiuse da tre giorni.

Stanotte il vecchio è uscito, ha dovuto farlo. Non riusciva più a restare chiuso in quella casa. Gira per il centro, si nasconde tra il buio e l’umidità, nei viottoli di una Ravenna deserta.

L’hanno costretto a rinchiudersi in casa. Gli hanno tolto l’orto.

Ha perso tutto.

Cammina silenzioso, in giro non vede nessuno. Non c’è nessuno. Solo un fischio nelle orecchie che gli sfonda i timpani, non sa da dove arriva.

La testa rischia di esplodere. 

Ravenna è deserta.

Neanche quei bastardi della polizia girano a quest’ora.

Continua a vagare senza una meta, segue il bisogno delle gambe di andare e di quella rabbia che gli brucia addosso di sparire. Le orecchie fischiano, deve trovare il modo di farle smettere prima di impazzire.

Sulla bocca compare un ghigno. È storto, crudele, una smorfia che cozza sotto quegli occhi invasati. 

Poco distante compare una sagoma. Qualcuno in giro allora c’è.

Affretta il passo e si dirige verso l’erba. Quella sagoma che cammina riesce a sentire il fischio nel suo cervello?

Passa sotto la basilica, non la degna di uno sguardo. 

C’è ancora il fischio, e il ghigno, e i passi sull’erba. E il vecchio, un’ombra nera che segue quella sagoma, veloce, pesante, verso i giardini, dall’altra parte della strada.

Ora si sta girando, lui rischia di farsi vedere.

Non ci prova neanche a nascondersi e comunque, alla fine, non viene visto. Le macchine l’hanno nascosto, o forse, semplicemente, è così che deve andare.

Quella sagoma ora è vicina, è diventata una ragazza, da dietro vede solo dei corti capelli biondi. Si è fermata lì, davanti alla fontana. Lo sta aspettando, lui lo sa.

È così che dev’essere.

Nella mano ha una pietra, non sa come, non si ricorda di averla raccolta. Si avvicina e lascia che sia il fischio a guidarlo.

Lui non deve fare niente, solo lasciarsi andare.

E poi lascia andare quella pietra, lì, a terra, con un tonfo. La segue con gli occhi. Si guarda la mano.

Va alla fontana, si sciacqua via il sangue in fretta, nell’acqua pulita, prima che diventi nera del sangue di qualcun altro.

Questo a Milly non lo dirà, pensa.

Si gira e ritorna verso casa.

Il fischio se n’è andato. Sul ghigno brillano piccoli schizzi scuri.  

Il vecchio si sveglia, investito dalla luce artificiale della tv. È notte fonda, lo capisce dal buio che penetra dal lucernario, nel bagno. Si alza e il fischio gli perfora il cervello. Sta succedendo di nuovo. Si porta le mani alle tempie, poi alle orecchie, stringe forte il palmo contro il cranio, ma il fischio non si ferma.

Milly è ancora seduta composta, la coperta fino al mento. Dorme.

Va in cucina e accende la luce, il piccolo lampadario che pende dal soffitto getta nella stanza un cono arancione e i mobili intorno proiettano strane ombre aguzze sul pavimento. 

Apre il cassetto delle posate. Sulla destra, in fila come ordinati soldatini, tre lunghi coltelli in acciaio aspettano il proprio turno. Ne afferra uno, quello con il manico di legno scuro, se lo gira nella mano, ne ammira la punta affilata e si sofferma sul riflesso del proprio occhio.

Questo dovrebbe andare bene. 

Gli ritorna in mente di quella volta, quando si era tagliato il dito.  

Era quasi l’ora di pranzo, Milly stava armeggiando con del sugo e nell’altra pentola, sui fornelli, borbottava l’acqua per la pasta. Lui era tornato da una passeggiata in piazza e fino all’edicola, a prendere il giornale. Mentre aspettava aveva preso quel salame che gli avevano regalato per Natale, un piccolo aperitivo in attesa del pranzo, con un bel bicchiere di rosso. Mentre tagliava il salame, Milly aveva fatto cadere un bicchiere che era andato letteralmente in frantumi e lui, colto dal fracasso, si era girato di colpo, e al posto del salame c’era finito l’indice sinistro, sotto quella lama. Non gli aveva lasciato scampo.

Ricorda la quantità impressionante di sangue. Milly, urlando, si era precipitata ad afferrargli il braccio e ad accompagnarlo sotto il getto freddo del lavello. Lui aveva inveito e bestemmiato, ma questo non aveva fermato la moglie dal riprenderlo per la poca attenzione e per il danno fatto per un semplice bicchiere rotto, mentre con cura gli avvolgeva la mano in un asciugamano pulito e prendeva il telefono per chiamare Vincenzo, il vicino di casa.

Vincenzo… anche lui se ne era andato pochi giorni fa, per quel virus.

Mentre salivano in macchina diretti verso il pronto soccorso, il vecchio, ora più calmo e tranquillo, abituato a una vita di incidenti e infortuni con i vari attrezzi del lavoro, si era girato e aveva guardato Milly che dalla porta li salutava, facendo mille raccomandazioni. 

Non gli avevano dato dei punti, era venuta via una porzione troppo grossa, per cui era stato medicato e tenuto in osservazione, bendato con una fasciatura imponente e rimandato a casa col foglietto delle varie medicine da prendere.

Al suo ritorno aveva trovato la cucina pulita e Milly che stava finendo di sfornare i suoi biscotti preferiti. L’aveva obbligato a sedersi in poltrona e gli aveva portato un vassoio con i biscotti e un bel bicchiere di vin santo.

La sera, prima di andare a letto, l’aveva aiutato a mettersi il pigiama e gli era andata a prendere un cuscino dove poter appoggiare il braccio.

Sì, questo coltello dovrebbe andare.

Rientra in casa, è quasi l’alba, si dirige nel piccolo bagno guidato dalla luce della tv accesa e dal chiarore del sole che sta sorgendo e che si insinua dal lucernario. Da sotto la giacca tira fuori il coltello. Lo lava sotto al getto freddo del rubinetto. Ammira la lama, la punta affilata. È così seducente che non dovrebbe fare neanche così male. 

Alla fine non li ha puniti abbastanza. 

La prova, quella lama, apre il palmo della mano sinistra, il filo di acciaio sembra danzare come una ballerina sul ghiaccio, e passando lascia un profondo taglio rosso e piccoli rubini che luccicano. 

Aveva ragione, non fa male. Butta il coltello nel lavandino e va da Milly. Dorme. La pelle bianca, sottile, morbida. Le accarezza i capelli, la guancia. Lascia una scia rossa, linfa vitale che non scorre più nelle vene di lei. 

E solo ora se ne accorge, la vede per quello che è.

La pelle si sta sciogliendo, la mandibola ha ceduto, le labbra, gonfie e nere, si sono staccate una dall’altra in un’espressione che non le appartiene più. Quella non è Milly.

La pelle è scura, bucata dai liquidi che stanno abbandonando il suo corpo, premono per uscire e trovano la strada.

È tornato quel fischio nel cervello e ora sa che non se ne libererà mai più.

Squilla il telefono, nella penombra del piccolo appartamento inzuppato dal fetore della morte.

Rimane solo una cosa da fare.

Ha perso tutto.

Dà un bacio nella fronte a quello che resta di sua moglie.

Torneranno insieme.

Dalla cassettiera in camera da letto prende la cintura, quella buona, usata solo nei giorni di festa, sale sul tavolino della cucina, la busta con i farmaci è ancora intatta, si allunga fino alle travi, è così alto che ci mette poco. Al di là della trave, di fianco al lampadario sospeso e dozzinale, passa la cintura, prende l’estremità e la passa intorno al collo. È troppo corta, esplode in un urlo, il fischio gli impregna ancora i timpani.

Così non riuscirà mai.

Scende dal tavolo, vede la corda di fianco alla tenda, quella andrà benissimo. Tira e stacca il filo, la tenda si rompe e penzola a metà finestra, prende la corda, il fischio non smette, forse non arriverà neanche a farlo e il cervello gli esploderà prima e mentre pensa a questo vede le pareti della piccola stanza ricoperte di sangue, cervella e piume di merlo, sale sulla sedia e questa volta deve allungarsi di più, ma arriva comunque alla trave, passa in mezzo la corda, poi se la gira attorno al collo, una, due, tre, quattro volte, un nodo alla buona ma stretto e definitivo, guarda la poltrona di Milly e pensa che saranno insieme per sempre, chiude gli occhi, il fischio è ancora lì, dà un calcio alla sedia e i suoi novanta chili lo portano giù. 

Sente uno schiocco, di ossa e di legno.

Cade a terra pesante, scomposto, la testa sembra esplodergli mentre chiude gli occhi.

Poi li riapre. 

Il corpo immobile per sempre, spalmato sul pavimento.

Non riesce a muoversi, non sente più niente. Non le braccia, né le gambe, né quel taglio che continua a buttare sangue. Solo il fischio al cervello e un dolore alla nuca.

Con la coda dell’occhio vede le gambe di Milly sbucare dalla poltrona, girata verso la tv.

Il telefono continua a squillare.

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