La dimora del Dottor Colin

di Federico Brigliadori

La tempesta era nel pieno delle sue forze. La pioggia cadeva da ore e i fulmini squarciavano il silenzio con rimbombi penetranti. Il ricordo dell’estate era ormai svanito e l’autunno era subentrato con prepotenza. Le
precipitazioni delle ultime settimane stavano irrigando le terre seccate dalla siccità estiva e le temperature in pochi giorni erano scese in modo vertiginoso.


La dimora del dottor Colin si trovava nel cuore dell’Appennino, circondata dai boschi. Costruita su tre piani la villa contava al suo interno oltre trenta stanze e l’ampio giardino era circondato da muri di pietra alti oltre due metri. Tra le mura un robusto portone di rovere divideva la corte dal sentiero che si trovava all’esterno e dietro, seduto su una sedia e riparato
da un piccolo tetto, ogni notte un ragazzo stava di guardia. I suoi stivali erano immersi nell’acqua piovana. Vestito con pantaloni in velluto e una camicia di lana era raggomitolato sotto il mantello marrone che gli aveva donato il dottore.
A causa della posizione sperduta di villa Colin le notti apparivano spesso molto lunghe, soprattutto nelle serate di pioggia, dove il tempo sembrava arrestarsi. Inoltre, da quelle parti, non passava quasi mai anima viva.
La lama del suo coltello passò ancora una volta sulla fionda che stava costruendo. La passione di modellare il legno e realizzare oggetti lo teneva occupato durante i turni di guardia. Quella notte, tuttavia, a buio inoltrato, il ragazzo sussultò quando fu convinto, solo per un attimo, di
aver sentito qualcosa oltre le mura. Si alzò di scatto e aprì una piccola finestra che faceva parte del portone. Il buio dominava, e restando in ascolto, sentì solo il rumore della tempesta.
«Chi va là?» domandò a gran voce.
Nessuno rispose.
Poco dopo, richiuse a fatica la finestra spinta dal vento e tornò a sedere con entrambe le orecchie in ascolto. Il silenzio continuava imperterrito mentre il suo cuore pompava battiti accelerati e l’agitazione cresceva sempre più.
Non domando più quelle sensazioni si alzò di nuovo e spalancò la finestra.


CRUOM!


Tuono e fulmine aggredirono insieme, e nel momento che il bagliore fu al massimo dell’intensità una visione gli si parò davanti. La bocca si spalancò per lo spavento. Un cavallo nero si alzò in aria con le gambe davanti e il
nitrito che aveva sentito si manifestò davanti ai suoi occhi. Sotto alla bestia, un uomo giaceva a terra. Era immobile sul fianco sinistro, il viso rivolto verso il portone. Dieci passi li separavano, ma il ragazzo notò subito la sofferenza sul suo volto. I suoi occhi, ormai semichiusi, avevano quasi
esaurito le forze e senza esitare il ragazzo gridò.
«Dottor Colin! Dottor Colin! Presto!». Dopo un paio di grida, in lontananza, il dottor Colin parlò: «Ragazzo! Per l’amor di Dio, che diavolo succede?»
Il dottore era uscito di corsa con ancora addosso la divisa. Aveva un aspetto ordinato, i vestiti di colore scuro erano in parte nascosti sotto una camicia bianca tipica dei medici. I capelli bruni erano ornati di ciuffi grigi dovuti all’età e il vento li muoveva come l’erba di un prato.

Incurante della pioggia il dottor Colin era arrivato al portone completamente bagnato e quando fu ormai vicino, il ragazzo indicò l’esterno.

«Dottore, c’è un uomo a terra.»
«Hai detto un uomo ragazzo?», domandò sistemando gli occhiali rotondi.
«Guardate voi stesso» rispose il ragazzo, mentre teneva ferma la finestra spinta dal vento. Il dottore si avvicinò di qualche passo, prese la lampada a olio e guardò nell’oscurità. Si passò una mano sulla barba e tornò a osservare il ragazzo.


«È solo?»
«Credo di sì», rispose il ragazzo annuendo. Il dottore fece un cenno col capo.
«Coraggio allora, portiamolo dentro. E scopriamo che cosa possiamo fare».
Pochi secondi dopo il portone si aprì e quattro mani afferrarono l’uomo disteso a terra.


Qualcuno parlava.
L’uomo era completamente bagnato. Il suo corpo pesava come il ferro e le forze se ne erano andate chissà dove. Le voci sembravano lontane ma le mani estranee che aveva percepito più volte su di lui gli dicevano che erano molto più vicine di quanto sembrassero.
Era disteso a pancia in su sopra una superficie soffice, tuttavia la debolezza gli impediva di muoversi e il freddo gli stritolava le ossa. Un acuto dolore sulla pancia gli mordeva le viscere e saliva fino a pulsare dentro alla testa.
«…bbiamo togliergli i vestiti. …raggio aiutami».
Le voci erano più vicine e con un enorme sforzo l’uomo aprì un occhio. Tutto girava come in un vortice in mezzo al mare, ma vide che si trovava al riparo dalla tempesta. Si sentì sollevato.
La fioca luce di alcune candele e di una lampada a olio creavano un briciolo di calore in quella notte gelida. Il soffitto della stanza era bianco e in fondo in una piccola grata rimbombava il rumore della pioggia. Sbatté le palpebre per controllare i capogiri e sentì alla sua sinistra un rumore metallico. Girò lentamente la testa e i dolori alla pancia cominciarono a gridare di nuovo.


«È sveglio», disse qualcuno.
Riaprì gli occhi e a poche spanne dal suo viso il volto di un uomo lo osservava da dietro un occhiale dalle lenti rotonde.
«Sono il Dottor Colin signore, medico di quest’area montana. Come vi chiamate?»
«Wu…ill…iam…» bisbigliò l’uomo e tra i due calarono alcuni istanti di silenzio.
«William ascoltate…» riprese il dottore, «Siete gravemente ferito. Qualcuno vi ha sparato e dovrò operarvi subito o rischiate la vita.»
L’uomo sembrò non curarsi di quelle parole. Vicino al letto dove era sdraiato un tavolo di metallo reggeva alcuni attrezzi chirurgici.

«Passami il liquore. Devo pulirlo.» Disse il dottore e alle sue spalle il ragazzo si mosse. Il dottore tornò a guardare il paziente e afferrò un coltello dal tavolo di metallo, poi, con un taglio netto aprì la camicia e l’uomo si ritrovò a torso nudo. Brividi di freddo attraversarono il suo corpo come frecce; il medico afferrò la bottiglia.


«Ora sarà doloroso.» disse il dottor Colin e cominciò a versare il liquido sulla pancia. Un bruciore infernale divampò nelle viscere, e un grido di dolore ruppe il silenzio. Con uno straccio il dottore pulì la ferita e ad ogni strofinata a quell’uomo sembrò di essere sempre più vicino al
punto di morte.


«Manca poco», ma quando William vide che in pugno stringeva il coltello capì che le peripezie dovevano ancora cominciare.
«Aiutami a tenerlo fermo» ordinò ora il dottore. Il ragazzo scattò.
Il respiro affannoso dell’uomo divenne più rauco, due mani gli afferrarono i polsi e li bloccarono ai bordi del letto. Il dottor Colin sospirò e con un colpo deciso affondò la lama dentro la pancia. La carne si lacerò e l’uomo gridò finché l’aria nei polmoni non si esaurì.
In un istante, così come era entrata, la lama se ne andò e smise di violentarlo. Il proiettile era stato estratto. L’ultima cosa che vide fu il dottor Colin con la camicia imbrattata di sangue che vegliava su di lui.

«Abbiamo finito» disse il dottore buttando gli attrezzi in una pirofila di alluminio e il ragazzo uscì dalla sala chirurgica. Terminò di pulire la ferita con lo stesso metodo ma il corpo dell’uomo non diede segno di muoversi. Era svenuto.


«Ora non ci resta che attendere William», disse. Poi raccolse gli strumenti e abbandonò la sala.
La pioggia era cessata e una debole luce filtrava dalla grata nel seminterrato. William dormiva profondamente quando il rumore della porta che si apriva lo svegliò da torpore. Il corpo doleva quasi nella sua interezza e la zona addominale ricominciava a bruciare.
Aprì gli occhi e cominciò a scrutare la stanza. L’aria era fredda e tagliente e ad ogni boccata di respiro una condensa di vapore bianco fumava dalla sua bocca. Gli ampi strati di coperte sotto i quali il suo corpo si nascondeva erano tuttavia una degna barriera contro il gelo. Fu distratto quando una donna appoggiò sul tavolo in ferro un vassoio con sopra una bevanda bollente.
«Buongiorno», disse la donna.
«S…Salve», rispose William fissandola in volto.
La donna aveva i capelli raccolti e si presentava in ciò che gli parvero gli abiti di una specie di serva. Addosso portava un vestito di lana che scendeva a sforare il pavimento e ai piedi aveva due ballerine di pelle nera.
«Sono Rosalia, la governante di questa casa. Voi siete William ho sentito dire. William..?» Domandò versando la bevanda in una tazza.
«Mi chiamo William Bennet.» disse continuando a osservare la donna.
«Bevete un po’ di thè caldo, vi farà bene. Dovete riprendere le forze dopo quello che avete passato. Nel vassoio c’è anche del pane.»
William con il suo aiuto si portò a sedere e prese la tazza, poi la donna fece qualche passo indietro.


«Bene signor Bennet, se non avete niente da chiedere vi lascio fare colazione. Tra poco arriverà il dottor Colin per visitarvi» disse in tono cordiale. Poi si girò verso la porta, ma prima che fosse uscita, William parlò.
«S…Signora…»
«Ditemi signor Bennet», rispose la governante arrestando il passo.
«Dove mi trovo esattamente?»
«Non ne siete a conoscenza?», domandò ora con voce squillante.
«Purtroppo no. Non ricordo molto della giornata di ieri.»
«Vi trovate nella dimora del Dottor Edgar Colin, medico chirurgo di questa porzione di Appennino dell’Italia centro settentrionale.» Disse. Poi di colpo si diresse verso la porta e di nuovo si arrestò: «Ah… Signor Bennet?»
«Si?» rispose William.
«Visto il suo cognome, è per caso parente del conte Bennet di Montefeltro?»
William esitò qualche secondo a rispondere, poi, un attimo dopo la governante lasciò la sala.

Il dottor Colin era di nuovo nella sala operatoria.
«Signor Bennet, come vi sentite?»
«Buongiorno. Il Dottor Colin, giusto?», domandò William.
«In carne e ossa», disse sorridendo e cominciò a scostare con delicatezza le coperte.
«Fate vedere signor Bennet», ordinò il dottore mentre dava uno sguardo alle ferite.
«Sento molto dolore» disse William indicando la pancia «e mi sento così stanco»
«Pensavate di poter già tornare al galoppo dopo quello che avete passato?» disse il dottore sorridendo di nuovo e senza lasciar tempo alla risposta domandò: «Che cosa vi è accaduto?»
«Potrebbe dirmi prima se avete notizie del mio cavallo?»
«Il cavallo è al sicuro. Non abbiate timore, verrà conservato in forze e ben nutrito.»
«Vi ringrazio di cuore», disse William mentre il dottore fece cenno con la mano di lasciar stare i convenevoli.
«Raccontatemi di voi».
«Dovete sapere che sono un viaggiatore» proseguì William, «amo galoppare da una città all’altra. Il mondo ha una vastità di meraviglie sparpagliate nella sua grandezza e voglio per quanto mi è possibile cercare di visitarle»
«Scoperte e nuove conoscenze sono fonte di ricchezza dell’animo umano sin dai secoli antichi signor Bennet. Andate avanti…»
«Sono partito ieri mattina da Montefeltro con l’obiettivo di raggiungere in meno di tre giorni di cavallo la costa Ovest e vedere le acque del Mar Tirreno»
«È coraggioso a viaggiare con la tempesta signor Bennet. Soprattutto da solo…»
«Al momento della mia partenza il cielo era sereno e secondo i miei calcoli per le ore successive sapevo di non correre nessun rischio, e di poter raggiungere l’abbazia di Santa Maria di Sitria senza troppe preoccupazioni. Ma la strada mi fu sbarrata…».
Il dottor Colin annuì mentre ascoltava la storia con attenzione. William attese qualche secondo per riprendere fiato, e continuò.
«Un gruppo di banditi armati di pistole mi si piazzò davanti. Mi minacciarono di scendere da cavallo con le mani alte o mi avrebbero sparato».
«Ecco provate le voci della pericolosità dei boschi, signor Bennet. Non è mai troppo prudente viaggiare soli… mai troppo prudente signor Bennet.»
«Ad essere il figlio del Conte si corrono anche questo tipo di pericoli. Ma sono disposto ad accettarli.» rispose William in tono brusco.
«Non metto in dubbio le vostre parole. Ma come si guadagna da vivere se posso chiedere?»
«La mia famiglia, come può immaginare, possiede ampie ricchezze. Tuttavia io amo guadagnarmi da vivere in maniera solitaria. Dipingo quadri dottor Colin, e li commercio a cifre modeste. Così mi guadagno da vivere.»
Il dottor Colin si sistemò gli occhiali e alzò le sopracciglia.
«Un uomo dalle sue ricchezze e con una famiglia che porta il nome Bennet, che si guadagna il mangiare commerciando quadri e vive con l’amore per i viaggi. Il mondo a volte è davvero strano»
«Cosa vuole dire con questo?» domandò William cercando di portarsi a sedere. La sua voce questa volta conteneva segni di risentimento.
«Domando scusa signor Bennet per la mia indiscrezione. Ho pensato ad alta voce e d’ora in avanti cercherò di tenere i miei pensieri per me. Ognuno in fondo è libero di vivere come vuole, e chi sono io, se non un medico di una località montana, per giudicarvi?»
«Non preoccupatevi, mi avete salvato e vi sono debitore. Comprendo il vostro pensiero. È comune d’altronde vedendo il figlio di un conte che vive in questo modo. Ma è una mia scelta e anche se come potete immaginare mio padre si è opposto tante volte io voglio vivere umile e viaggiare. E per terminare il racconto dottor Colin, trovandomi di fronte al pericolo, ho colpito con la frusta il fianco del mio cavallo. Mi sono abbassato su di lui e ho caricato contro i banditi. Loro hanno aperto il fuoco… e per miracolo non hanno colpito il cavallo che è così riuscito a fuggire. Mentre hanno colpito me. Ma ho stretto i denti e per mia fortuna sono rimasto in sella.
Solo dopo diversi minuti che galoppavamo a gran velocità credo di aver perso i sensi. Infine mi sono svegliato qui. Per quel che riguarda i banditi, credo che volessero rapirmi o rapinarmi per tentare uno scambio con le ricchezze di mio padre.»


Il dottor Colin lo fissò per alcuni secondi e William, preso a raccontare la storia, non notò la bottiglia di liquore che stringeva tra le mani.
«Una storia interessante…», disse il dottor Colin.
«Per me è stato tutt’altro che interessante», suggerì William, ma il dottore stava fissando il vuoto. Poi all’improvviso tornò a occuparsi delle medicazioni.
«La ferita va molto meglio signor Bennet, penso che in pochi giorni riuscirà a riacquistare le forze. Ora però dovete stringere i denti.»
William non capì cosa intendesse con quelle parole, ma quando il liquido calò nella ferita, un calore ustionante divampò in lui e gridando cominciò a contorcersi su sé stesso.
«Tenete duro signor Bennet, non muovetevi. Sta passando, respirate…»
William inspirò ed espirò più volte e il dolore cominciò ad allentarsi. Pochi secondi dopo il dottor Colin si avvicinò con alcune garze e dopo averlo aiutato a rimettersi seduto cominciò ad avvolgere il busto. Dopodiché si avviò verso la porta.
«Voi siete un uomo fortunato signor Bennet. Ricordatelo. Riposate ancora un po’ ora, più tardi verrò a rimettervi in piedi e vi condurrò ai piani alti dove vi attende una vera camera da letto.»
Poi si voltò e uscì dalla stanza.


La camera era ampia e spaziosa. Una finestra permetteva lo sguardo sui boschi e le alte chiome degli alberi avevano ormai coperto il sole prossimo al tramonto. Fare le scale insieme al dottor Colin si era rivelata un’immensa fatica e ad ogni passo William percepì i punti di sutura tirare la pelle come la corda di un arco. La fatica lo aveva derubato di nuovo delle energie accumulate e aveva passato quasi l’intera giornata a dormire svegliandosi al calar del sole.


I passi della governante nel corridoio annunciarono il suo arrivo.
«Avanti» disse William in risposta ai tre colpi sulla porta. La donna entrò.
«Vi ho portato una zuppa calda signor Bennet», disse e appoggiò il vassoio fumante sul comodino.
«Sto morendo di fame», disse William entusiasta e tese le mani per ricevere il piatto.
«Andate piano, l’ho appena tolta dal fuoco.»
La zuppa aveva un aspetto giallastro e William affondò il cucchiaio avendo premura di soffiare per non ustionarsi.
«È davvero buona. L’avete fatta voi?»,
«Con le mie mani. Sono contenta che vi piaccia», esclamò la donna.
«Pensavo che cucinasse la servitù. È la prima volta che vengo a conoscenza che la governante si occupi anche del cibo.»
«Non in questa casa signor Bennet.» Disse la donna bruscamente.
«Ho detto qualcosa di male signora Rosalia?»
«Oh no signor Bennet, domando scusa. Il dottor Colin gradisce la mia cucina e vuole che sia io a preparare le pietanze. Questa è una zuppa di zucca, se la gusti.» Disse ora in tono gentile.
William rimase perplesso dalle reazioni.
«Che cosa intendete fare quando sarete guarito?»
«Mmh», disse William mandando giù il boccone, «Credo che andrò avanti nel mio viaggio. La meta prevista era la costa tirrenica, non so se è stata informata.»
«Sì, il dottor Colin mi ha informata. Soprattutto della vostra tremenda avventura. Voi siete un uomo fortunato signor Bennet, non tutti sarebbero sopravvissuti»

«È la stessa cosa che mi ha detto il dottore. Ma come ho detto a lui, pur di viaggiare, è un rischio che sono disposto a correre.»
«D’altra parte anche noi siamo fortunati ad avervi come ospite», replicò la donna con un sorriso.
«Siete gentile ma non ho nulla di speciale.»
«Siete anche modesto quindi. Fidatevi, ognuno di noi è pieno di risorse. Probabilmente non le avete ancora scoperte. Molti di noi sono spesso risorse per altre persone. Questo è sicuro.»
William rifletté su quelle parole e ingurgitò l’ultimo cucchiaio di zuppa.
«Ne volete ancora?», domandò la donna porgendo le mani per riprendere il piatto.
«Oh no era davvero deliziosa ma basta così. Ancora non mi sento pronto per esagerare» rispose William con gratitudine.
«Come desiderate. Per il futuro non fate complimenti.»
«Grazie davvero», rispose William e tornò disteso sul letto.
La donna si avvicinò alla finestra e afferrò la tenda per chiuderla.
«Oh no vi prego» disse William. «Amo vedere i colori della notte mentre mi addormento.»
La donna esitò qualche secondo. «Va bene, la lascerò aperta allora. Questa notte il cielo sembra stellato». Poi raccolse il piatto e si avviò verso la porta.
«Signora Rosalia?», disse William prima che fosse uscita.
«Ditemi signor Bennet»
«Potrebbe farmi portare da qualcuno un altro cuscino? Gradirei restare un po’ rialzato. Se fosse possibile, si intende.»
«Non c’è problema, solo un momento.» rispose la donna. E uscì.
Qualche minuto dopo rientrò con il cuscino e lo posizionò sotto al suo collo.
«Così va meglio?», domandò con gentilezza.
«Direi di sì» rispose William. «Se posso domandare, quanti siete in questa casa? Non ho visto né sentito nessun altro oltre a voi, il Dottor Colin e un ragazzo.»
«Sono presenti le persone necessarie signor Bennet. E voi avrete le migliori cure. Ora vi lascio riposare, ne avete bisogno.» Disse tutto d’un fiato e senza voltarsi se ne andò.
Che strana donna. Pensò William.


Era notte fonda quando si svegliò con la bocca impastata e il bisogno di bere. William si alzò dal letto dosando le forze e cercando di evitare movimenti bruschi. Sul comodino la governante aveva lasciato una brocca e un bicchiere. L’acqua che scorreva nella gola gli diede una sensazione di immenso sollievo. Poi andò alla finestra.
Il cielo era sereno proprio come aveva detto la donna.
L’oscurità era colorata di stelle e il chiarore della luna illuminava i boschi, facendo emergere le cime degli alberi. William abbassò lo sguardo sul giardino della villa. Il cortile era quasi interamente inghiaiato. Cento o duecento passi più in giù si intravedevano alcune costruzioni in legno simili a depositi e si domandò a quale scopo fossero stati edificati nella terra di un
medico. Osservò che il perimetro era recintato da muri di pietra non molto più alti di un uomo e un imponente portone collegava con l’esterno. William pensò che doveva essere proprio lì fuori che fu trovato la notte scorsa.
Spostò lo sguardo verso sinistra e vide adiacente al portone una piccola costruzione con sopra un tetto spiovente. Sotto di esso, su una sedia, il ragazzo se ne stava immobile coperto da un mantello al bagliore di una lampada a olio. Il guardiano della notte. Non oso immaginare il gelo nelle sere di pieno inverno. Pensò William. Poi tornò a letto e si addormentò fino al mattino seguente quando fu svegliato dalla voce dal dottor Colin.

«Buongiorno Signor Bennet. Non intendevo svegliarvi ma è bene che io visiti le vostre ferite.»
William sbadigliò intontito dalle numerose ore di sonno a cui non era abituato. Come di prassi il dottore scostò le coperte e tolse le bende dalle ferite. Con una lente di ingrandimento diede uno sguardo alla carne che incominciava a rimarginarsi.
«Bene bene…»
«Buone notizie?» domandò William mentre il dottore continuava a studiarlo.
«Gli auspici sono buoni. Il rossore delle ferite si sta attenuando e i punti hanno resistito, anche se per tornare nel pieno delle forze temo ci vorrà ancora un po’. Ma già da domani penso che possiate camminare. La burrasca è passata per fortuna, ma credo che rimettersi in viaggio,
ora come ora è cosa davvero sconsigliata. Dovete fare attenzione.»
«Vi ringrazio di tutto ma devo assolutamente ripartire domani. Sono già in ritardo.»
«Potreste fermarvi qui signor Bennet per un paio di giorni. Vi verranno forniti vitto e alloggio. Non fate complimenti.»
«Dottore vi ringrazio per ogni singola cosa, ma avete già fatto troppo per me. Non voglio abusare della vostra magnanimità.»
«Non fatevi pregare signor Bennet. E poi, per cosa sareste in ritardo?»
«Il mondo mi attende. Ogni giorno che passa è un giorno perduto.»
«Ogni giorno che passate a riposo dopo quel che è accaduto sono anni di salute futura. Ma se così avete deciso temo di non potermi opporre. A meno che non vi imprigioni al letto con delle catene», disse il dottor Colin abbozzando un sorriso.
«Dottor Colin mi domandavo a che cosa servono quelle costruzioni in legno? Là fuori… nella corte.»
Il Dottor Colin sistemò gli occhiali sopra al naso e si schiarì la voce.
«Contengono bovini. Signor Bennet.»
«Vi occupate anche dell’allevamento?»
«In un certo senso sì. Cosa sapete del Vaiolo?»
William fu colpito da quella strana domanda.
«So che da queste parti non è arrivato ma non conosco molto della malattia se non il suo tremendo tasso di contagiosità e l’alto numero di morti che sta causando.»
Il dottor Colin annuì e assunse un’espressione pensante.
«Se vi dicessi che sto lavorando alla creazione di una cura? Che effetto avrebbero queste parole? Di entusiasmo? Incredulità? Curiosità? O magari tutte e tre le cose?»
«State dicendo che lavorate alla cura di quel mostro invisibile?» disse William mentre sul suo volto si dipinsero una miriade di emozioni.
«Precisamente signor Bennet.» Disse Colin mentre i suoi occhi brillavano di entusiasmo.
«E come ci riuscite?» domandò William.
«Con il bestiame.»
William lo osservò corrugando gli occhi. «Perdonatemi, ma non riesco a capire».
Il dottor Colin lo guardò per qualche secondo e cominciò a raccontare: «Alcuni mesi fa ho avuto alcune donne che si occupavano della mungitura delle bestie. Una mattina, due di loro vennero verso casa gridando e invocando il mio aiuto. I loro corpi erano invasi da piccole macchie
rosse alcune di esse contenenti del liquido simile alle vesciche. Appena le vidi fui inorridito e notai con grande preoccupazione che tutto ciò era corrispondente alle descrizioni e alle storie che avevo udito sulla malattia del Vaiolo. Così misi le due donne in isolamento al piano di sotto
somministrandogli alcune pastiglie al bisogno per alleviare il dolore.»
William seguiva il racconto immobilizzato.
«Ero ormai pronto ad attendere la loro morte e bruciare i cadaveri quando una mattina con mio grande stupore notai che la loro pelle stava cominciando a migliorare. Esclusi subito che le pastiglie fossero la causa della guarigione, dato che ero informato che in caso di malattia, pastiglie identiche o simili venivano somministrate ai pazienti prima dell’arrivo della morte, solo per renderla meno dolorosa.»
«E allora che cos’è accaduto?»
«All’inizio non seppi dare risposte a quell’evento straordinario e non seppi come avessero potuto contrarre la malattia visto che le mungitrici vivevano qui da diverso tempo e non erano state a contatto con persone potenzialmente infette. La risposta mi arrivò la settimana successiva quando, una volta tornate alla mungitura, scoprimmo che un’altra donna stava contraendo la stessa infezione. Ma la cosa più bizzarra fu che quasi tutte le mucche in prossimità delle mammelle presentavano squamature simili a quelle presenti sulla pelle delle donne.
Tuttavia le loro vesciche erano ormai secche e sembravano aver già superato il punto critico.
Allora capii che l’infezione arrivava dal bestiame e che probabilmente la chiave di tutto era ed è tutt’ora contenuta nel sangue.»


William restò ad ascoltare l’intera storia con estrema attenzione e curiosità.
«Questa è una scoperta grandiosa dottor Colin. Voi potete essere il salvatore di molte vite. Ve ne rendete conto?»
«Oh me ne rendo conto signor Bennet. Lo studio è ancora all’inizio della sperimentazione e uno dei grandi rischi è che se qualcosa dovesse andare storto o la cura non fosse esatta potrei mettere in pericolo la vita di molte persone.»
«A volte temo che bisogna sacrificare qualcuno per un bene più grande di noi dottor Colin…» disse William mentre stava ancora assimilando la notizia.
«Incredulità, curiosità, entusiasmo e saggezza. Voi siete un uomo ricco d’animo signor Bennet. Credo che presto avremo modo di scoprire se i miei esperimenti sono esatti. Ora devo andare, e se domani avete proprio deciso di partire credo che stasera ha senso che vi faccia una puntura di antibiotici. Per il momento vi lascio la ferita scoperta così potrà respirare.» Un paio d’ore più tardi il dottor Colin iniettò il liquido di una siringa nella pancia di William. Pochi minuti dopo il suo corpo si abbandonò in un sonno profondo.

Al secondo giorno di viaggio William arrivò sulla costa.
Il calpestio degli zoccoli risuonava nell’aria silenziosa del mattino presto e la salsedine del mare riempiva i polmoni dando un senso di pace infinita. Il vento trasportava piccole manciate di sabbia e l’acqua infranta sulla battigia faceva parlare il mare. Le poche strade presenti erano deserte e William poté legare il suo cavallo a una staccionata di legno che recintava un caffè.
Il locale portava appeso il cartello Aperto d’estate.
Si incamminò verso la riva. Il mare era limpido come l’acqua di una sorgente. Immerse le mani e una gelida temperatura gli ghiacciò le dita. Raccolse un pugno di sabbia bagnata che guardò scendere dai suoi palmi. Che meraviglia, pensò. Aveva visitato spesso la costa adriatica sia nel periodo estivo ché in quello invernale e notò come entrambi i mari, nei mesi freddi, erano decorati di desolazione. Il silenzio infinito amplificava la bellezza. Era stato fortunato a ricevere le cure del dottore e a finire sotto alla sua dimora. Se così non fosse stato probabilmente sarebbe morto. Il dottor Colin era davvero un buon uomo.


Riprese a camminare lungo la riva guardando ogni tanto il suo compagno di viaggio quando all’improvviso, mentre avanzava, qualcosa da sotto la sabbia si aggrappò ai suoi piedi. William cominciò a scalciare ma le gambe non riuscivano a riemergere. La presa intorno alle caviglie era forte e più tirava più provava dolore. In pochi istanti quella sensazione divampò
anche nei polsi. Qualcosa li stringeva, poteva muoverli, ma non riusciva ad alzare le braccia e rimase incredulo da ciò che vedeva. Attorno ai polsi non c’era traccia di un qualcosa di estraneo.
«Aiuto! Aiutatemi! Qualcuno mi aiuti!», gridò e una voce poco distante da lui gli rispose. «Calmatevi signor Bennet e smettetela di strillare in quel modo.»
William spalancò gli occhi e tornò alla realtà.

Il dottor Colin era in piedi di fianco a lui e lo stava fissando. William era incatenato al letto.
«Dottor Colin, che cosa state facendo?» gridò confuso.
«Calma signor Bennet. Voi avete qualcosa di speciale. Vi renderò parte attiva a una svolta epocale per l’umanità.» Disse il dottor Colin.
«Ma di che diavolo state parlando?!» domandò William continuando a contorcersi.
«Me lo avete fatto capire voi. A volte bisogna sacrificare qualcuno per un bene più grande.»
«Dottor Colin, siate chiaro maledizione! Che cosa volete da me?»
«Siamo finalmente vicini alla cura. E se il test funzionerà saremo i salvatori.»
Un’ espressione di terrore si dipinse sul volto di William quando notò che il dottor Colin stringeva in mano una siringa con dentro un liquido rosso sangue.
«Dottor Colin… Che cosa portate tra le mani?» domandò William con voce spezzata.
«Forse non ne avete mai sentito parlare. È una tecnica nuova, in fase di sviluppo. Si chiama trasfusione. Vi inietterò del sangue nelle vene di una delle donne infettate dal Vaiolo bovino e che è guarita dalla malattia. E se voi sopravviverete avremo la base per costruire una cura certa,
sicura e definitiva contro questa diavoleria.»
Il terrore sul volto di William si trasformò in disperazione e cominciò a tirare le catene con tutte le sue forze.


«No! VI PREGO NO! Rosalia! Aiuto! È impazzito qualcuno mi aiuti!»
«Non potevo lasciarvi partire signor Bennet. Lo capite? Voi siete un dono mandato dal cielo. Io vi ho salvato e voi mi siete debitore. L’avete detto voi stesso. E lo sarete di più dopo che avrò reso pubblica la vostra partecipazione alla creazione della cura.»
«No… vi prego… vi supplico dottore…» implorò William con le lacrime agli occhi e in quel momento varcarono la porta la governante e il ragazzo.
«Vi prego… aiutatemi…» supplicò ancora.
«Tesoro, stai indietro», disse il Dottor Colin.
«Albert, figlio mio, tienilo fermo. Signor Bennet, ci siamo. Se rimanete calmo sarà più facile per tutti. Ah… dimenticavo. Parte del merito è della mia cara moglie che mesi fa ha contratto e sconfitto la malattia ed è lei la donatrice di questo santo sangue». In quel momento il dottore
indicò la governante.
William guardò implorante la donna che attendeva in disparte e intanto Albert, il guardiano, lo immobilizzava.
Il dottor Colin avanzò con la siringa stretta tra le dita mentre William spostava lo sguardo sul suo carnefice e i suoi occhi erano pieni di lacrime.


Poco dopo il suo respiro divenne pesante.

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